Intervista a Ian Delacroix

E’ appena terminato il quinto incontro con l’autore organizzato dalla Lega dell’Inchiostro e da noi del Writer’s Dream. Il nostro ospite era Ian Delacroix, l’autore di Abattoir (XII Edizioni).

Ecco qui l’intervista che ne è scaturita:

D: Cosa rappresenta per Lei la scrittura e che ruolo gioca nella Sua vita?

R: Ti prego di darmi del tu che altrimenti mi sembra di avere cent’anni 😉
E’ una domanda molto intima… la scrittura ha un ruolo importantissimo per me, sia catartico, che lavorativo, non a caso da diversi anni sto facendo di tutto per renderlo il mio unico lavoro (sia come collaborazioni di scrittura, che come editor).

D: Come mai ha deciso di pubblicare con lo pseudonimo di Ian Delacroix, invece che con il suo nome?

R: Il cognome con cui sono registrato all’anagrafe è davvero francese, perché ho un po’ di sangue francese.
Ho voluto conservare questo lato che mi rappresenta molto.
I motivi di avere un nom de plume sono molteplici, alcuni abbastanza personali che preferisco non svelare. 😉
In fondo la maggior parte degli scrittori che significano per me qualcosa hanno un nome d’arte, la storia della letteratura ne è piena: Yukio Mishima, George Bacovia, Lautremont, Gerard de Nerval etc. etc…

D: Volevo chiederti, come definiresti il genere che scrivi? Dark? Gothic? Horror?

R: le definizione lasciano sempre un po’ il tempo che trovano.
Io rimango alle tre distinzioni classiche del fantastico che le racchiudono tutte: fantascienza, fantastico e fantasy.

Io sono per natura molto legato al fantastico, principalmente nella sua ‘sottocategoria’ horror, ma non solo.

Il Dark è per me solo un genere musicale che ascolto molto, magari quando scrivo, ma non direi che esista una letteratura dark. 😉

D: Quando hai iniziato a scrivere?

R: Seriamente una decina di anni fa, quando ne avevo attorno ai 20. Prima era solo un gioco e soprattutto una passione.
Da allora mi sono messo sotto a studiare, e a lavorare per ottenere risultati decenti…

D: Hai una predilizione per i racconti? se è si perchè?

R: Sì (anche se ho nel cassetto 5 romanzi pronti per la pubblicazione e ne sto scrivendo altri 3…).

Per diversi motivi.
In parte perché la narrativa dell’orrore si presta maggior mente alla forma racconto che a quella romanzo, come già scrisse Poe in vari saggi (e non a caso, lui, Clark Asthon Smith, Lovecraft, Villiers De L?Ilse-Adam e compagnia eccelevano nella forma racconto). In fondo il racconto si basa sulle ‘idee forti’, totalizzanti, a differenza del romanzo che è un insieme di ‘idee deboli’.
Un altor motivo che in Italia si è fatto sì che ad avere dignità sembra essere solo il romanzo, e a me piacerebbe sfatare questo falso mito.

D: secondo te un aspirante scrittore prima di cimentarsi nella stesura di un romanzo e nell’ardita impresa di farsi pubblicare debba farsi le ossa partecipando a concorsi? Questo gli consentirebbe di fare esperienza e di carpire le proprie lacune…

R: Le ossa deve farsele eccome. In vari modi.
Studiando, leggendo tanto, ma tanto. Escercitandosi, confrontandosi con altri scrittori/aspiranti.
I concorsi servono se c’è confronto, se gli servono per crescere, capire i propri errori e imparare da chi scrive meglio o ha più esperienza. Spedire per spedire non ha senso…

D: Quindi per ottenere buoni risultati non bastano solo passione e talento naturale ma anche studio giusto?
Quando scrivi un racconto, scrivi di getto o con una “scaletta” nella mente?

R: 1. Esatto. Tanto, tanto lavoro.
2. Non si dovrebbe, ma scrivo di getto.
Mai usato scalette, nemmeno per i romanzi. Ma non è uguale per tutti, molti le usano, e sono utili…
Comunque, dopo la prima stesura di getto, passo alla seconda stesura, alla terza, alla quarta… 😉

D: il talento è una prerogativa legata alla nascita oppure qualcosa che si può imparare?

R: Come tutte le cose, bisogna essere portati.
Però il talento da solo serve poco. Come rispondevo più sopra ci vuole tanto tanto lavoro…

Un fotografo può essere bravo quanto vuole, ma deve imparare la tecnica, stessa cosa per un pittore, un chirurgo, un cacciatore di coccinelle…

D: Quando hai capito che sei uno scrittore? Che hai talento?

R: Ah, non l’ho mica capito, e mica so se ho talento o meno.
So che mi piace raccontare storie, ne ho tante da raccontate e mi diverto a farlo.
Visto che so fare poco altro, faccio questo…

D: Da dove trai principalmente l’ispirazione per i tuoi scritti?

R: Meriteresti una risposta complessa.
Dai miei mondi interiori e dall’osservazione di ciò che mi circonda. Talvolta da sogni o incubi.

Mi piace creare mondi che mi appartengono, e rendere partecipi gli altri di questi mondi.
Sono una persona silenziosa, spesso mi paice osservare le persone, si impara molto.

D: Una domandina scomada: Certamente ti fa piacere se i tuoi racconti vengono letti e se il tuo nome iniziata a prendere la strada verso la vetta…ma tu che la strada l’hai già imboccata leggi esordienti? E se qualcuno ti chiede un parere gli dai adito?

R: A me piace leggere. Tantissimo.
Mi piace molto leggere italiani, spesso sconosciuti.
Con XII, con cui collaboro, si cerca sempre di scoprire nuovi esordienti e pubblicarli, nelle viarie raccolte, o anche il loro singolo lavoro, tramite concorsi.

Se qualcuno mi chiede un parere, cerco, nei limiti del possibili e del mio tempo, di aiutarlo.
E’ chiaro che lavorando anche come editor freelance e dovendo mangiare, un conto è un consiglio, per un editing aprrofondito – visto che è comunque un lavoro – mi faccio pagare.

D: Ci sono state anche delusioni, prima del successo?

R:
Quale successo??? Ahahah… 😉

Delusioni?
A me delude il sistema editoriale nel suo complesso, avendolo visto dall’interno, lavorando per anni in varie librerie Mondadori, Einaudi etc., avendo collaborato con l’AIE e con altre realtà so come funzionano le cose e le distorsioni che ci sono rispetto l’estero.

Non ho avuto delusioni nel senso che non mi sono mai sognato di spedire un manoscritto a Mondadori o Feltrinelli, sapendo che è tempo perso.

D: Che liceo hai frequentato? Che studi hai seguito?

R: Liceo scientifico.
Poi mi sono laureato in una facoltà che non c’entra nulla, e nulla c’entra con il mondo editoriale. Poi però ho preso un master post laurea in web writing.

D: Prima di pubblicare Abattoir con XII hai pubblicato su Lulu altre due raccolte di racconti; come mai questa scelta, perché il pod?

R: Perchè non avevo una copisteria sotto casa.
Ho voluto fare due ‘demo’, ma professionali (infatti sono testi come da libreria, editati, etc., che nulla hanno da invidiare ad Abattoir in quanto professionalità)

E’ stato grazie a quei due libri-demo se poi ho avuto un contatto/contratto con XII.

D: Una volta pubblicato il tuo racconto/i non ti senti un po’ nudo? Messo in mostra? Ti è mai capitato che la gente nei tuoi racconti trovasse una morale un significato a cui tu non hai pensato mentre lo scrivevi?

R: Sì, mi sento messo a nudo. Però fintanto che non sono parenti a leggerli, va bene. 😉

Sì, anche sulla morale. Non è bello essere fraintesi, ma è interessantissimo vedere cosa gli altri vedono nei nostri scritti. Lo trovo divertente.

D: Io ho un piccolo problema…quando devo presentare un mio nuovo lavoro e quindi so di avere un contatto diretto con il pubblico alcuni giorni prima entro in paranoia perchè ciò mi imbarazza e ho il terrore di rimanere senza parole…Ti capita o è solo una mia fobia? Con il tempo ci si abitua al contatto con un pubblico più vasto?

R: Io sono timidissimo.
Amo scrivere, ma non mi piace il contatto diretto col pubblico.

Infatti non amo fare presentazioni ‘non istituzionali’, che detesto. Amo presentazioni particolari, con sottofondo musicale, magari degli attori che recitano dei brani, e io che mi confondo con il pubblico.
Con la scusa che ‘fa parte del personaggio’ e del mistero che mi circonda riesco a cavarmela…

D: Lei ha pubblicato…quanto tempo ha impiegato circa a concludere la sua opera? Ha subito dei blocchi “dello scrittore”? E se sì come li ha superati?
Quando ha cominciato a scrivere il suo libro aveva già le ideechiare riguardo alla trama generale?
Come ha gestito il lavoro di correzione prima di inviare alla casa editrice?
Ha dovuto cancellare e modificare molti tratti del suo scritto?

R: Non dovrei risponderti perché mi hai dato del Lei e adesso mi sono venuti i capelli bianchi…

1.Non sono mai contento dei miei scritti. Un po’ come Laforgue, non credo esista mai una versione definitiva.
Tra la prima e ultima stesura di Abattoir è passato circa un anno.
2.Mai avuti blocchi dello scrittore. Soffro del problema opposto. Ho troppe idee, anche a desso sto lavorando a 3 romanzi contemporaneamente più altre cose…
3. Il libro è una raccolta di racconti. Sì, avevo le idee chiare sulla struttura del libro.
4. Revisioni. Revisioni. Revisioni. Poi l’ho fatto leggere e revisionare da due miei conoscenti che scrivono anche loro.
5. Pochi tratti. Il lavoro di editing è però fondamentale. Io ho la fortuna di avere un editor – Daniele Bonfanti – validissimo , con il quale sono molto in sintonia.

D: C’è un momento in particolare in cui preferisci scrivere? Hai dei rituali che segui sempre o delle manie quando scrivi?

R: E’ una passione, ma la prendo seriamente.
Cerco di scrivere almeno 3 ore al giorno. Tutti i giorni. Anche quando non ne ho voglia.
Sugli orari, quando ho tempo, con predilezione per la mattina e la sera/notte.
Nessun rituale, però adoro avere la musica che mi piace in sottofondo, che mi accompagna.

D: Potresti darci dei consigli utile per noi che siamo agli inizi? Ad esempio: L’invio dei dattoliscritti conviene sempre verso le piccole case editrici? Bisogna spedire a 100 o 200 case editrici per volta? Bisogna cercare dei contatti prima dell’invio?

R: Sulla pubblicazione: Sì.
Se non si hanno conoscenze/agganci, si parte da case editrici piccole, ma serie e ambiziose.
Guardare sempre il catalogo della casa editrice, e magari comprare e leggere qualche loro libro per rendersi conto del livello, del genere trattato etc.
E poi, una volta pubblicato mirare sempre a salire, passare a quelle medio/piccole, e così via.
Se trovi dei contatti, o vieni a sapere il nome del curatore di una collana, etc., è sicuramente meglio.

Spedire a 100/200, no. Selezioni le più serie e le più adatte al tuo genere e spedisci a loro.
Se ti rifiutano tutte, ti fai un esame di coscienza e cerchi di capire il perché.

D: Cosa hai provato quando hai tenuto tra le mani il tuo primo libro?

R: Il primo libro è stata un’autoproduzione.
Quando è uscito Abattoir, era ormai il quarto, anche se il primo con una casa editrice.
Ma io amo molto i libri belli, non solo i miei (che non so se sono belli…), quindi è sempre un’emozione tenerli in mano.
Sono stato più emozionato, però, quando ho trovato libri che cercavo da anni scritti da altri, come I canti di Maldoror o Malpertuis di Jean Ray, se devo essere sincero.

D: Pensi che un comune essere umano dotato però di un grande talento possa mai approdare, senza Santi in Paradiso, a una grande casa editrice come la Mondadori?

R: Certo, ma a piccoli passi.
Prima pubblica con una casa editrice piccola, se per determinati motivi ha successo, in automatico le case editrici più grandi si interessano a lui e i lavori successivi usciranno con una casa editrice più grande.

D: Cosa ne pensi dell’editoria a pagamento?

R:
Che dovrebbero chiamarle in altro modo. Non case editrici, ma stamperie.
Il termine angolsassone Vanity Press è perfetto.
Però i colpevoli sono sempre in due, se c’è chi chiede 3000-4000, 10000 euro per pubblicare un libro, c’è anche chi glieli dà…

D: C’è stato qualcuno in famiglia che ti ha incoraggiato o che ti ha dato l’esempio per questa tua passione?

R: No.
Mi ritrovo molto nella biografia di Mishima.

Sono sempre stato molto osteggiato e deriso. I miei ormai si sono rassegnati, ma non hanno mai creduto in me…

D: Un consiglio tecnico: un romanzo con un’ alta percentuale di dialoghi è da scartare anche se è un ottimo romanzo?

R: La risposta è complessa.
Un conto è il valore del romanzo, un conto sono le decisioni che prendono all’interno della casa editrice. Potrebbero esserci vincoli in questo senso, ma varia da caso a caso.

In linea generale, se è un romanzo è valido è valido. Punto.
Anzi, a me piacciono molto gli esperimenti, conosco degli ottimi risultati di racconti composti esclusivamente da dialoghi.
Certo, bisogna padroneggiare bene la tecnica…

D: Pensi che una preparazione scolastica professionale condizioni un grande talento?

R:
No.
Uno le predisposizioni le ha di natura.
Come c’è chi è alto un metro e cinquanta, chi alto più di due metri.

Mi raccontavano che il più grande violinista contemporaneo (non chiedetemi il nome) ha iniziato a suonare a 22 anni o giù di lì…

Una cosa che non mi stancherò mai di ripetere, che però non ci si deve adagiare sul ‘talento’, ma devi lavorare sodo ed essere disposto a fare sacrifici…

D: La situazione attuale degli esordienti è disastrosa, in Italia: secondo te si può migliorare? e come?

R: E’ la situazione editoriale in generale che è disastrosa.
C’è poco da fare, se non cambiano i vertici e la mentalità.

Non so cosa si possa fare. Il consiglio che do a chi scrive è di continuare sulla sua strada, senza farsi scoraggiare, sostenere gli esordienti (ma non indiscriminatamente, solo quelli che meritano) e leggerli, comprali, consigliarli a conoscenti, etc.
E soprattutto evitare la cattiva narrativa, sia essa pubblicata da Mondadori o da una piccola casa editrice.

Una possibilità è guardare il mercato anglosassone, molto più vasto, ma bisogna farsi tradurre il manoscritto da un madrelingua…

D: Un’amica di mia mamma ha seguito lezioni da un famoso scrittore (non ne ricordo il nome, vogliate scusarmi) ed è migliorata molto…com’è possibile se tu dici che il telento lo si ha di natura? Forse lei ce l’aveva, e lo ha coltivato con questo corso?

R: Non conoscendo il singolo caso, non posso dire.

La tecnica serve, e molto, non mi stancherò mai di ripeterlo.
Chiunque, anche se non molto predisposto, migliorerà molto e otterrà risultati più che dignitosi.

E’ come nello sport, se tu adesso corri i 100 metri in 20 secondi, ma ti alleni per un anno 3 ore al giorno, arriverai magari a correrli in 13, e quello sarà il tuo limite, anche se continui ad allenarti.
Uno con talento non si fermerà lì e li correrà in 10 secondi.

D: Ian, ti è mai capitato di stravolgere completamente una parte del tuo lavoro perchè una nuova idea non presa in considerazione prima si è fatta strada nella tua mente? Se si, come ti sei regolato poi?

R: Sì.
Sta succedendo adesso con un romanzo che doveva uscire con XII, lo sto stravolgendo tutto. E’ un macello.
Se succede mentre lo stai scrivendo è meglio, quando ormai è finito devi praticamente riscriverlo da capo.
Però, va be’, sono masochista e mi diverto.

D: Saresti disposto a scrivere qualcosa che tu stesso definiresti pessima pur di vedere il tuo libro pubblicato su larga scala?

R: Dipende da cosa si intende per ‘pessima’.
Svendersi no.

Un lavoro su commissione deve comunque basarsi su alcuni presupposti qualitativi, non transigo.
Se mi chiedessero di scrivere un Harmony e pagassero bene, lo farei a modo mio, con il mio stile, non mi svenderei comunque.
Magari farei un Harmony atipico, con i mostri 😉

D: Senti…secondo te il finale del libro come va scritto? Mi spiego meglio altrimenti non si capisce e la domanda sembra idiota.

Quando sei alla fine e hai in mente come finirà il libro…tu il finale che hai mente lo rispetti completamente oppure ti lasci aperte delle possibilità di cambiarlo in corso di scrittura aggiungendo dettagli che potrebbero integrarlo o migliorarlo?

R: Gurda, io faccio una cosa da non imitare: quando inizio non so mai come andrà a finire.

In generale consiglio di non essere troppo rigidi, se anche si ha in mente un preciso finale, e poi ci si rende conto che un altro è più adatto, non rimanere vincolati all’idea originale.

Incipit e chiusa sono due parti fon-da-men-ta-li.
E’ probabile che anche una volta terminato lo scritto, in una seconda o terza revisioni si debba intervenire per migliorarli.

Un ringraziamento a Ian, che dopo questa domanda si è dissolto nel nulla con uno sbuffo di fumo (che aleggia tutt’ora nel forum intossicando gli utenti. Ian, ti querelo!)

Comprate Abattoir, altrimenti il nostro scrittore tenebroso ci sgagnerà tutti e ci soffocherà con il fumo che lascia dissolvendosi. Non inquinate il mondo! Spendete sette euro per Abattoir e lo farete felice.

Ci vediamo domenica prossima alle 16.30 con Hector Luis Belial: altro pseudonimo, altra maschera, altra casa editrice.


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