Recensione “Abattoir”

Abattoir

Abattoir

Titolo: Abattoir

Autore: Ian Delacroix

Editore: XII Edizioni

N° pagine: 146

Anno di edizione: 2007

Genere: horror, fantastico

Abattoir è una raccolta di undici racconti dal sapore oscuro, terrificante e piacevole al tempo stesso. Come dice la presentazione sulla quarta di copertina, Abattoir è “un viaggio nei territori dell’incubo”, un viaggio che va dai territori più oscuri e violenti a quelli più sfumati, sognanti, ma non per questo meno inquietanti e suggestivi.

La violenza, che raggiunge il suo culmine nel secondo racconto, Mattatoio, non è mai descritta brutalmente, nemmeno quando è estrema e totale come nel racconto appena citato: al contrario, è sempre raffinata, elegante, e per questo ancor più inquietante. Imprimetevi bene nella testa questa parola, perché ricorrerà abbastanza spesso nella recensione (almeno con la stessa frequenza con cui Ian ripete la parola “sbagliato” in Abattoir…ciao Ian!)

Il libro si apre con il racconto intitolato L’oratorio di Natale, molto suggestivo, dove una semplice parrocchia viene dipinta come un luogo degli orrori che evoca nel protagonista una serie di lancinanti ricordi del passato che sfociano nel terrore puro. Il finale stringe in una morsa d’inquietudine dopo un attimo di finto sollievo, e lascia con l’amaro in bocca.

Segue Mattatoio, uno dei miei racconti preferiti della raccolta: violento, macabro, abbastanza splatter, è sicuramente uno dei più potenti dell’intero libro.

Il terzo racconto s’intitola Vieni, tra le mie braccia, titolo che ha risvegliato in me fantasie macabro-romantiche e che mi ha lasciata a fissare imbambolata la pagina per un quarto d’ora buono. Parliamoci chiaro: io ho una mente malata, non è detto che nelle persone normali l’effetto sia lo stesso. Questo è il racconto che, nonostante sia calmo, pacifico, rilassante (?) mi è piaciuto di meno. Non so perché.

Il libro prosegue con Non chiedergli il colore dei fiori, racconto semi-ironico all’inizio (di nuovo, non so se sia solo a me che fa quest’effetto, ma più di una risata me l’ha strappata) che – almeno all’inizio – ha molti più punti di contatto con la realtà di quasi tutti gli altri. Suggestivo, inquietante e intenso, soprattutto il finale, per metà inatteso e per l’altra metà aspettato.

Dopodiché si snoda la parte centrale del libro, composta da tre racconti legati da un filo: Scatola#1, Scatola#2 e Scatola#3. Esatto, il filo conduttore è proprio la scatola (bravi!), che assume caratteristiche diverse in ognuno dei tre racconti, ma è sempre ipnotica e letale. Particolarmente bello Scatola#3, la scatola più suggestiva e inquietante a mio parere.

Segue un racconto piuttosto tranquillo, Il funerale, seguito a ruota da un racconto profondo, intenso, forte: La locanda alla fine dei mondi, racconto dal titolo stupendo e da una dose di arte orientale più che sufficiente a incantare un’appassionata del Giappone antico come la sottoscritta. Anche se dubito sinceramente che qualcuno non rimanga incantato davanti all’atmosfera descritta da Ian in questo racconto (anzi: in tutti i racconti di Abattoir). L’incanto è brutalizzato da un paio di morti violente, ma non ne è deturpato: anzi, l’esatto opposto.

Arriviamo dunque al racconto che più ho amato insieme a Mattatoio:  Silenzio lunare. Suggestivo, inquitetante sin dalle primissime righe, è il racconto più triste e potente, un crescendo di ansia e inquietudine che sfocia in una triste e pesante rassegnazione. E’ il racconto che più mi ha destabilizzata emotivamente.

Il libro si conclude con Alla deriva, un racconto molto onirico e sfumato, a tratti confuso: bello, insomma.

Ora, diciamocelo: erano mesi che attendevo di leggere Abattoir. Ero ossessionata da questo libro sin dal primo momento in cui l’ho visto nel sito di XII. Leggerlo è stato come respirare aria fresca dopo un lungo periodo di apnea. Nonostante in questo periodo di attesa le mie aspettative fossero cresciute a dismisura, Abattoir non le ha affatto deluse, anzi: le ha superate tutte.

Abattoir è bellissimo. Descrivervelo è abbastanza impossibile, dovete leggerlo per capire di cosa sto parlando. E compratevelo, che fate felice Ian, XII e me!

I miei più sentiti complimenti al burattinaio nero.

Parliamo anche dell’aspetto “fisico” del libro. Bella la copertina, la grafica, l’impaginazione, i caratteri dei titoli. Non ho trovato nemmeno un refuso, nonostante abbia prestato attenzione (che sia stato il fumo che ha fatto Ian quando è sparito con il suo trucco da pseudo-prestigiatore ad oscurarmi la vista?), cosa che mi ha reso molto, molto felice.

Primo libro recensito che raggiunge il voto massimo: 10/10.

Vai Ian!

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