Intervista a Gianluca Mercadante

Ieri pomeriggio è stato nostro ospite, al dodicesimo Incontro con l’Autore, lo scrittore Gianluca Mercadante.
Ecco qui l’intervista che ne è uscita:

D: Raccontaci il tuo Polaroid e com’è nata l’idea di accompagnarlo con i disegni di Florio.

R: “Polaroid” è nato da una domanda: se potessi scattare soltanto dieci immagini, dieci istantanee di un tempo presente che fugge, quali immagini scatterei? Perché le Polaroid vere così funzionavano: c’erano soltanto 10 scatti a disposizione.

L’idea di realizzarle poi anche graficamente è nata spontanea. Ho cercato su Internet molti illustratori, Tobin Florio mi ha colpito. I suoi chiaroscuri sono favolosi. Mi ricordano, per certi versi, lo stile di un disegnatore italiano ormai defunto, si chiamava Dino Battaglia. Un maestro assoluto.

D: Tra i tuoi libri compare un certo “Nodo al pettine. Confessioni di un «parrucchiere anarchico”.

Il titolo mi sembra piuttosto interessante, potresti descrivermelo in breve e cosa lo rende diverso dagli altri libri?

R: “Nodo al Pettine” nasce da un invito di Giuseppe Caliceti a partecipare con qualcosa di nuovo e divertente a un suo blog, anzi: a un suo antenato dei blog, che si chiamava “Pubblico/privato”. Era affascinato che fossi nella vita di tutti i giorni un parrucchiere e voleva scrivessi qualcosa su questo. Ne abbiamo fatto una rubrica settimanale, che poi è stata parecchio seguita. Da qui, la proposta dell’editore Alacràn di farne un libro.

Cos’ha di diverso? E’ un libro comico. A me non piace fare libri uguali.

D: Ho notato che hai scritto diversi libri. Com’è cominciata proprio con la Las Vegas edizioni?

R: Con Las Vegas è cominciata quando ho aderito all’antologia “Viva Las Vegas”, uscita nel Gennaio del 2008. Avevo dato proprio un racconto tratto da “Polaroid”, che ho poi sottoposto all’attenzione di Andrea Malabaila, l’editore.

D: Come mai dopo la prima pubblicazione hai scelto una casa editrice diversa per la nuova? Diverso genere?

R: Scegliere un editore dipende da quello che scrivi. È sempre consigliabile dare un’occhiata parecchio approfondita a cosa propongono in catalogo, per capire se il tuo lavoro può sembrargli interessante. Ergo: se scrivi libri molto diversi fra loro, è fatale che anche gli editori cambino in questo senso.

D: Com’è il tuo rapporto con il pubblico? Ti trovi a tuo agio o avresti preferito rimanere nell’ombra?

R: Scrivo cose a sfondo sociologico, devo assumermi la responsabilità di quello che scrivo. Dunque il rapporto col pubblico lo ritengo importante: voglio che mi si veda in faccia, voglio parlare a tu per tu di quello che nei libri scrivo, perché non lo faccio per sembrare “bravo”. Lo faccio perché il mio modo per dire che “non ci sto” è scrivendolo a chiare lettere.

D: È stato difficile trovare un editore per la tua prima opera?

R: Sì, è sempre difficile. Dico spesso, senza false ironie, che è molto più semplice trovare impiego in posta che pubblicare un libro. Ed è vero. Sai quando è facile? Quando ti chiedono soldi, approfittando di quanta passione ci hai messo, in quelle pagine. Chiedere soldi a chi lavora è compito del governo, non degli editori.

Sei mai stata pagata da un barman per bere il suo caffè?

D: Tra le tue figure letterarie di riferimento ci sono Tondelli, Pasolini e il mitico Pinketts. Potresti spiegarmi perché? Anche tu come PVT punti ad una letteratura emotiva ma allo stesso tempo di denuncia come Pasolini?

R: Credo mi abbia risposto tu stessa. Sono un lettore vorace e onnivoro, poi lungo il percorso ho maturato ovviamente anch’io dei riferimenti solidi. Metabolizzare le letture con cui maturi porta appunto a questo, se decidi di scrivere: tutto confluisce nella prosa – ed esattamente come hai detto tu per prima, anch’io desidero fare una letteratura emotiva ma anche di denuncia. Quindi vado in cerca, con molta naturalezza, di quegli autori nei quali posso trovare tutto questo.

D: Quindi la pensi come Manzoni: cioè che il poeta deve utilizzare il suo talento per scrivere il sentimento comune e per inviare un messaggio, una morale?

R: La penso così: uno scrittore dev’essere un uomo libero. Se decide di inviare messaggi, bene. Se decide di far ridere, bene. In entrambi i casi, e in molti altri, lo scrittore è comunque colui che, da singolo, muove un passo verso la società. Una scelta simile dev’essere carica di molta responsabilità. Non si scherza con la narrativa, non si scherza con chi spende soldi e tempo per poterti leggere.

D: Come prepari la tua stesura del libro? Cioè, che tecnica usi, i personaggi, i luoghi, una scaletta tempistica?

R: Scrivo schede personaggi molto approfondite e determino la trama in ogni suo dettaglio. Più i personaggi “vivono” nella mia testa, più sembrano veri. Così le storie. Ma sono i personaggi a portarle avanti, le storie, per cui tante cose nascono da lì.

D: Il futuro adesso come lo vedi? sempre nel mondo letterario?

R: Scrivere, scrivere, scrivere. Assolutamente. Sempre. 😉

D: Scrivi tutti i giorni o preferisci ogni tanto per rigenerare i pensieri e permettere alla mente di cibarsi dal mondo esterno, staccare la spina dalla scrittura?

R: Il fatto di scrivere non mi rende speciale, quindi anch’io come tutti ho i miei momenti no. Spesso però, e mi riferisco soprattutto ai romanzi, è necessario darsi delle regole. Scrivere è disciplina, anche, non solo creatività e ispirazione. C’è una frase molto efficace su questo argomento, l’ha detta Vincenzo Cerami: “Quando arriva l’ispirazione, siediti e fattela passare”. Ha ragione.

D: Ti lancio una provocazione: essere scrittore ti pone in qualche modo al di sopra degli altri? la vedi come una sorta di missione per l’umanità? Uno scrittore più diventa famoso più può essere definito una personalità di cultura?

R: No, non credo proprio. A Tullio Avoledo è stata posta una domanda più o meno simile, lui ha risposto che uno scrittore s’infila i pantaloni come chiunque altro.

Ti racconto questa cosa: a Vercelli organizziamo ogni anno il BookCrossing più grande del mondo: durante i 364 giorni che precedono l’evento, svuotiamo soffitte, cantine, addirittura intere biblioteche, contattati da gente che desidera donarci questi materiali. Beh, è così che penso si debba essere “personaggi di cultura”: tirarsi su le maniche, faticare, farla vivere dappertutto, la cultura. Perché è quello che siamo.

Perciò, as you can see, per ottenere questo basta un BookCrossing, non serve per forza un contratto alla Mondadori. 😉

D: Hai un blog o un sito che aggiorni, in cui poter seguire le tue presentazioni o gli incontri letterari a cui partecipi?

R: Avevo questo blog: http://www.ilbancodeisomari.splinder.com ma non lo aggiorno più da molto tempo. Tutte le presentazioni che sto facendo e faro per “Polaroid” si possono trovare al blog del mio editore http://www.lasvegasedizioni.splinder.com.

Anzi: si accettano inviti, io ho sempre voglia di girare e incontrare persone.

D: Il tuo modo di scrivere è cambiato nel tempo, fra una pubblicazione e l’altra o hai cercato di rimanere sempre in uno stile preciso?

R: Ogni volta che apro un libro, imparo – a meno che non sia pessimo. Ogni volta che scrivo una storia, quella storia ha una sua precisa voce. In “Polaroid”, che è una raccolta di racconti, questo si respira come mai era successo prima, nei miei libri. Ogni racconto non somiglia al precedente e neppure al successivo.

Se spiazzi o meno, non è un mio problema. Io sono un autore libero. Diversamente, avrei da tempo cercato un mio genere, col quale lasciarmi etichettare, e non avrei mai più scritto di nient’altro, perché il mercato ha le sue leggi.

D: Domanda classica da editore: a quando un romanzo?

R: Un romanzo? Sì, certo. Lo scriverò appena mi dimentico della lezione di Raymond Carver. Per ora non riesco proprio, te lo giuro, ad allungare il brodo.

D: La scrittura è un lavoro, anche se spesso non ben retribuito?

R: Scrivere non è retribuito a sufficienza in Italia, ma un lavoro è e un lavoro rimane. Lo scrittore è un artigiano, coi suoi segreti del mestiere e le sue tasse da pagare. Che sono salate, perché quando riceve un pagamento, accidenti, non è mai in nero! ;-D

D: La tua famiglia e i tuoi amici ti hanno sostenuto durante la stesura dei tuoi scritti? Ne erano al corrente?

R: Ho genitori parecchio anziani, purtroppo. Sono felici che io scriva, gli piace vedermi sui giornali o in televisione, ma tutto qui.

D: Continui a fare il parrucchiere?

R: La tua domanda non è affatto banale, anzi: ci ho perfino scritto un libro sopra, quindi non è neppure un segreto. Certo. Ho un mio salone e insegno per un paio di grosse compagnie di cosmesi, faccio aggiornamenti moda per altri colleghi.

Di giorno col camice, di notte coi libri. Sembra una strana vita, mi si dice, ma per me è una condizione assolutamente naturale.

D: In Manicure corner, di Roberta Scotto Galletta (Sironi), un salone di bellezza ospita una mini biblioteca.  Al posto delle riviste potresti mettere anche tu qualche libro a disposizione dei clienti

R: Ho di più: nel mio salone c’è una piccola libreria di scambio/libri. Se le clienti portano un loro libro da casa, possono scambiarlo con uno dei titoli esposti. Per quanto riguarda invece la consultazione, chiunque può leggerli.

Non hai idea di quanto abbia preso piede questa cosa.

D: Qual è fra questi il libro che più ti ha dato soddisfazioni?

R: “Polaroid”, assolutamente. E ricordo col massimo affetto il tour di presentazione de “Il banco dei somari”, tutto in musica. Reading performance. Molte di quelle esperienze, durano ancora.

Adesso sono in giro coi Banda Putiferio per uno spettacolo che unisce questo mio ultimo libro e un’antologia di racconti a cui ho partecipato, ispirata e nata attorno a un loro disco. L’ha pubblicata nel 2008 NoReply e s’intitola “Attenzione! Uscita Operai”.

Lo spettacolo che facciamo ha infatti un titolo assai programmatico, in questo senso: “Operai e Polaroid”.

Vi terrò aggiornati sulle prossime date.

D: Dopo quanti tentativi hai trovato l’editore disposto a pubblicarti la tua prima opera?

R: Parecchi. Ho perso il conto.

Bisogna avere molta pazienza e considerare che per gli editori il libro è comunque un prodotto, per cui esiste un mercato con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Gli editori indipendenti investono di tasca propria in titoli sui quali molto spesso vanno in perdita, ma fanno un lavoro troppo importante: permettono a tanti autori di essere raggiunti da un pubblico, per piccolo che sia. E questo supplisce alla mancanza da parte della grande editoria di investire su autori sconosciuti, temendo la mancanza di un ritorno economico. Ma questi scrittori hanno un loro pubblico e infatti accade sempre più spesso che vengano accolti nella grande distribuzione.

D: Raccontaci il tuo Polaroid e com’è nata l’idea di accompagnarlo con i disegni di Florio.

R: “Polaroid” è nato da una domanda: se potessi scattare soltanto dieci immagini, dieci istantanee di un tempo presente che fugge, quali immagini scatterei? Perché le Polaroid vere così funzionavano: c’erano soltanto 10 scatti a disposizione.

L’idea di realizzarle poi anche graficamente è nata spontanea. Ho cercato su Internet molti illustratori, Tobin Florio mi ha colpito. I suoi chiaroscuri sono favolosi. Mi ricordano, per certi versi, lo stile di un disegnatore italiano ormai defunto, si chiamava Dino Battaglia. Un maestro assoluto.

D: Tra i tuoi libri compare un certo “Nodo al pettine. Confessioni di un «parrucchiere anarchico”.

Il titolo mi sembra piuttosto interessante, potresti descrivermelo in breve e cosa lo rende diverso dagli altri libri?

R: “Nodo al Pettine” nasce da un invito di Giuseppe Caliceti a partecipare con qualcosa di nuovo e divertente a un suo blog, anzi: a un suo antenato dei blog, che si chiamava “Pubblico/privato”. Era affascinato che fossi nella vita di tutti i giorni un parrucchiere e voleva scrivessi qualcosa su questo. Ne abbiamo fatto una rubrica settimanale, che poi è stata parecchio seguita. Da qui, la proposta dell’editore Alacràn di farne un libro.

Cos’ha di diverso? E’ un libro comico. A me non piace fare libri uguali.

D: Ho notato che hai scritto diversi libri. Com’è cominciata proprio con la Las Vegas edizioni?

R: Con Las Vegas è cominciata quando ho aderito all’antologia “Viva Las Vegas”, uscita nel Gennaio del 2008. Avevo dato proprio un racconto tratto da “Polaroid”, che ho poi sottoposto all’attenzione di Andrea Malabaila, l’editore.

D: Come mai dopo la prima pubblicazione hai scelto una casa editrice diversa per la nuova? Diverso genere?

R: Scegliere un editore dipende da quello che scrivi. È sempre consigliabile dare un’occhiata parecchio approfondita a cosa propongono in catalogo, per capire se il tuo lavoro può sembrargli interessante. Ergo: se scrivi libri molto diversi fra loro, è fatale che anche gli editori cambino in questo senso.

D: Com’è il tuo rapporto con il pubblico? Ti trovi a tuo agio o avresti preferito rimanere nell’ombra?

R: Scrivo cose a sfondo sociologico, devo assumermi la responsabilità di quello che scrivo. Dunque il rapporto col pubblico lo ritengo importante: voglio che mi si veda in faccia, voglio parlare a tu per tu di quello che nei libri scrivo, perché non lo faccio per sembrare “bravo”. Lo faccio perché il mio modo per dire che “non ci sto” è scrivendolo a chiare lettere.

D: È stato difficile trovare un editore per la tua prima opera?

R: Sì, è sempre difficile. Dico spesso, senza false ironie, che è molto più semplice trovare impiego in posta che pubblicare un libro. Ed è vero. Sai quando è facile? Quando ti chiedono soldi, approfittando di quanta passione ci hai messo, in quelle pagine. Chiedere soldi a chi lavora è compito del governo, non degli editori.

Sei mai stata pagata da un barman per bere il suo caffè?

D: Tra le tue figure letterarie di riferimento ci sono Tondelli, Pasolini e il mitico Pinketts. Potresti spiegarmi perché? Anche tu come PVT punti ad una letteratura emotiva ma allo stesso tempo di denuncia come Pasolini?

R: Credo mi abbia risposto tu stessa. Sono un lettore vorace e onnivoro, poi lungo il percorso ho maturato ovviamente anch’io dei riferimenti solidi. Metabolizzare le letture con cui maturi porta appunto a questo, se decidi di scrivere: tutto confluisce nella prosa – ed esattamente come hai detto tu per prima, anch’io desidero fare una letteratura emotiva ma anche di denuncia. Quindi vado in cerca, con molta naturalezza, di quegli autori nei quali posso trovare tutto questo.

D: Quindi la pensi come Manzoni: cioè che il poeta deve utilizzare il suo talento per scrivere il sentimento comune e per inviare un messaggio, una morale?

R: La penso così: uno scrittore dev’essere un uomo libero. Se decide di inviare messaggi, bene. Se decide di far ridere, bene. In entrambi i casi, e in molti altri, lo scrittore è comunque colui che, da singolo, muove un passo verso la società. Una scelta simile dev’essere carica di molta responsabilità. Non si scherza con la narrativa, non si scherza con chi spende soldi e tempo per poterti leggere.

D: Come prepari la tua stesura del libro? Cioè, che tecnica usi, i personaggi, i luoghi, una scaletta tempistica?

R: Scrivo schede personaggi molto approfondite e determino la trama in ogni suo dettaglio. Più i personaggi “vivono” nella mia testa, più sembrano veri. Così le storie. Ma sono i personaggi a portarle avanti, le storie, per cui tante cose nascono da lì.

D: Il futuro adesso come lo vedi? sempre nel mondo letterario?

R: Scrivere, scrivere, scrivere. Assolutamente. Sempre. 😉

D: Scrivi tutti i giorni o preferisci ogni tanto per rigenerare i pensieri e permettere alla mente di cibarsi dal mondo esterno, staccare la spina dalla scrittura?

R: Il fatto di scrivere non mi rende speciale, quindi anch’io come tutti ho i miei momenti no. Spesso però, e mi riferisco soprattutto ai romanzi, è necessario darsi delle regole. Scrivere è disciplina, anche, non solo creatività e ispirazione. C’è una frase molto efficace su questo argomento, l’ha detta Vincenzo Cerami: “Quando arriva l’ispirazione, siediti e fattela passare”. Ha ragione.

D: Ti lancio una provocazione: essere scrittore ti pone in qualche modo al di sopra degli altri? la vedi come una sorta di missione per l’umanità? Uno scrittore più diventa famoso più può essere definito una personalità di cultura?

R: No, non credo proprio. A Tullio Avoledo è stata posta una domanda più o meno simile, lui ha risposto che uno scrittore s’infila i pantaloni come chiunque altro.

Ti racconto questa cosa: a Vercelli organizziamo ogni anno il BookCrossing più grande del mondo: durante i 364 giorni che precedono l’evento, svuotiamo soffitte, cantine, addirittura intere biblioteche, contattati da gente che desidera donarci questi materiali. Beh, è così che penso si debba essere “personaggi di cultura”: tirarsi su le maniche, faticare, farla vivere dappertutto, la cultura. Perché è quello che siamo.

Perciò, as you can see, per ottenere questo basta un BookCrossing, non serve per forza un contratto alla Mondadori. 😉

D: Hai un blog o un sito che aggiorni, in cui poter seguire le tue presentazioni o gli incontri letterari a cui partecipi?

R: Avevo questo blog: http://www.ilbancodeisomari.splinder.com ma non lo aggiorno più da molto tempo. Tutte le presentazioni che sto facendo e faro per “Polaroid” si possono trovare al blog del mio editore http://www.lasvegasedizioni.splinder.com.

Anzi: si accettano inviti, io ho sempre voglia di girare e incontrare persone.

D: Il tuo modo di scrivere è cambiato nel tempo, fra una pubblicazione e l’altra o hai cercato di rimanere sempre in uno stile preciso?

R: Ogni volta che apro un libro, imparo – a meno che non sia pessimo. Ogni volta che scrivo una storia, quella storia ha una sua precisa voce. In “Polaroid”, che è una raccolta di racconti, questo si respira come mai era successo prima, nei miei libri. Ogni racconto non somiglia al precedente e neppure al successivo.

Se spiazzi o meno, non è un mio problema. Io sono un autore libero. Diversamente, avrei da tempo cercato un mio genere, col quale lasciarmi etichettare, e non avrei mai più scritto di nient’altro, perché il mercato ha le sue leggi.

D: Domanda classica da editore: a quando un romanzo?

R: Un romanzo? Sì, certo. Lo scriverò appena mi dimentico della lezione di Raymond Carver. Per ora non riesco proprio, te lo giuro, ad allungare il brodo.

D: La scrittura è un lavoro, anche se spesso non ben retribuito?

R: Scrivere non è retribuito a sufficienza in Italia, ma un lavoro è e un lavoro rimane. Lo scrittore è un artigiano, coi suoi segreti del mestiere e le sue tasse da pagare. Che sono salate, perché quando riceve un pagamento, accidenti, non è mai in nero! ;-D

D: La tua famiglia e i tuoi amici ti hanno sostenuto durante la stesura dei tuoi scritti? Ne erano al corrente?

R: Ho genitori parecchio anziani, purtroppo. Sono felici che io scriva, gli piace vedermi sui giornali o in televisione, ma tutto qui.

D: Continui a fare il parrucchiere?

R: La tua domanda non è affatto banale, anzi: ci ho perfino scritto un libro sopra, quindi non è neppure un segreto. Certo. Ho un mio salone e insegno per un paio di grosse compagnie di cosmesi, faccio aggiornamenti moda per altri colleghi.

Di giorno col camice, di notte coi libri. Sembra una strana vita, mi si dice, ma per me è una condizione assolutamente naturale.

D: In Manicure corner, di Roberta Scotto Galletta (Sironi), un salone di bellezza ospita una mini biblioteca.  Al posto delle riviste potresti mettere anche tu qualche libro a disposizione dei clienti

R: Ho di più: nel mio salone c’è una piccola libreria di scambio/libri. Se le clienti portano un loro libro da casa, possono scambiarlo con uno dei titoli esposti. Per quanto riguarda invece la consultazione, chiunque può leggerli.

Non hai idea di quanto abbia preso piede questa cosa.

D: Qual è fra questi il libro che più ti ha dato soddisfazioni?

R: “Polaroid”, assolutamente. E ricordo col massimo affetto il tour di presentazione de “Il banco dei somari”, tutto in musica. Reading performance. Molte di quelle esperienze, durano ancora.

Adesso sono in giro coi Banda Putiferio per uno spettacolo che unisce questo mio ultimo libro e un’antologia di racconti a cui ho partecipato, ispirata e nata attorno a un loro disco. L’ha pubblicata nel 2008 NoReply e s’intitola “Attenzione! Uscita Operai”.

Lo spettacolo che facciamo ha infatti un titolo assai programmatico, in questo senso: “Operai e Polaroid”.

Vi terrò aggiornati sulle prossime date.

D: Dopo quanti tentativi hai trovato l’editore disposto a pubblicarti la tua prima opera?

R: Parecchi. Ho perso il conto.

Bisogna avere molta pazienza e considerare che per gli editori il libro è comunque un prodotto, per cui esiste un mercato con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Gli editori indipendenti investono di tasca propria in titoli sui quali molto spesso vanno in perdita, ma fanno un lavoro troppo importante: permettono a tanti autori di essere raggiunti da un pubblico, per piccolo che sia. E questo supplisce alla mancanza da parte della grande editoria di investire su autori sconosciuti, temendo la mancanza di un ritorno economico. Ma questi scrittori hanno un loro pubblico e infatti accade sempre più spesso che vengano accolti nella grande distribuzione.

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